Ci sono strumenti che sembrano nuovi soltanto perché, dopo una fase di entusiasmo, vengono progressivamente dimenticati. È il caso della partecipazione dei Comuni all’accertamento dei tributi erariali, che il d.lgs. 7 agosto 2026, n. 147 prova oggi a rilanciare riportando al 100 per cento, per il triennio 2026-2028, la quota spettante agli enti locali. ANCI-IFEL ricorda inoltre che, per lo stesso periodo, la quota è attribuita in via provvisoria anche sulle somme riscosse a titolo non definitivo. 2026_09_23_Anci-IFEL_DOC_dlgs_1…
Non è una storia nuova. Il meccanismo nasce con il D.L. 203/2005, quando ai Comuni viene riconosciuta una quota delle maggiori somme riscosse grazie al loro contributo all’accertamento. La logica era semplice: il Comune conosce il territorio, gli immobili, le attività economiche, le residenze, le trasformazioni urbanistiche; lo Stato dispone delle banche dati e dei poteri di accertamento dei tributi erariali. Mettere insieme queste conoscenze significava trasformare informazioni già presenti negli uffici comunali in strumenti utili per il contrasto all’evasione.
Ricordo bene quella stagione. Interdata fu tra i primi a suggerire ad alcuni Comuni calabresi di organizzare sistematicamente le segnalazioni qualificate, ottenendo in diversi casi risultati interessanti. Non si trattava di trasformare il Comune in una piccola Agenzia delle entrate, ma di far dialogare anagrafe, tributi, urbanistica, commercio e patrimonio, individuando situazioni che meritavano un approfondimento fiscale.
L’entusiasmo iniziale, però, si è progressivamente spento. Pesavano soprattutto i tempi. Nella prima fase la compartecipazione era collegata alle somme riscosse definitivamente e, in presenza di contenzioso, il Comune poteva attendere anni prima di vedere riconosciuto il proprio incentivo. Successivamente il sistema fu corretto, consentendo di riconoscere la quota anche sulle riscossioni non definitive, ma nel tempo intervennero altri fattori di disaffezione.
Uno di questi fu certamente la riduzione della percentuale di compartecipazione. Fare una buona segnalazione qualificata richiede lavoro, capacità di incrociare dati, personale preparato e continuità organizzativa. Se il ritorno finanziario diventa più basso o incerto, è inevitabile che molti enti smettano di investire nello strumento.
I dati richiamati da ANCI-IFEL rendono bene la dimensione del fenomeno: nel periodo 2015-2017 ai Comuni venivano retrocessi mediamente circa 17 milioni di euro l’anno; nel 2025 la somma si è ridotta ad appena 2,5 milioni. 2026_09_23_Anci-IFEL_DOC_dlgs_1…
Oggi emerge inoltre un problema nuovo, forse ancora più paradossale. Se il Comune trasmette una segnalazione qualificata e, sulla base di quella informazione, l’Agenzia delle entrate invita il contribuente alla regolarizzazione spontanea, può accadere che il contribuente paghi attraverso il ravvedimento senza che venga notificato un vero e proprio atto di accertamento. In questo caso, osserva ANCI-IFEL, il Comune può non ricevere alcuna compartecipazione, nonostante l’incasso sia conseguenza della sua segnalazione. 2026_09_23_Anci-IFEL_DOC_dlgs_1…
È probabilmente questo il punto sul quale occorrerebbe completare la riforma. Non dovrebbe essere premiato l’atto di accertamento, ma il risultato prodotto dalla collaborazione del Comune. Se una segnalazione qualificata determina un maggiore introito per l’Erario, dovrebbe essere irrilevante che quel gettito derivi da accertamento, adesione, ravvedimento o compliance.
Il ritorno al 100 per cento per il 2026-2028 può dunque rappresentare una vera occasione per rilanciare la partecipazione dei Comuni alla lotta all’evasione. Ma non basta aumentare la percentuale. Occorre rendere il meccanismo semplice, tempestivo e coerente con i nuovi strumenti di adempimento spontaneo.
I Comuni possiedono una conoscenza del territorio che nessuna banca dati centrale può sostituire. Se quella conoscenza produce gettito per lo Stato, è giusto che una parte significativa del risultato torni a chi ha contribuito a renderlo possibile.





